giovedì 5 Agosto 2021

Non ci possiamo più permettere evasioni (fiscali)

Sulla nostra pelle abbiamo capito che bisogna ridurre il debito pubblico; ma che bisogna anche far risalire contemporaneamente il PIL (Prodotto Interno Lordo), perché la crisi non è altro che il rapporto esistente tra debito pubblico e “patrimonio” del Paese, ovvero il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese. Quindi:

DEBITO PUBBLICO
PIL

Chi ha qualche ricordo di matematica capirà a vista che la crisi non si risolve se lavoriamo solo a ridurre il debito senza innalzare il PIL, perché tagliare i costi pubblici senza contemporaneamente operare per innalzare il PIL significa non avviare mai un processo di ripresa e crescita economica.

In quest’ultimo periodo la finanziaria d’estate di Tremonti ha chiuso alcuni enti di Ricerca, tra i quali almeno un paio prestigiosi riconosciuti a livello europeo e mondiale.

Nelle lunghe notti di occupazione, e durante le assemblee, è stato dimostrato – atti alla mano – che c’è un rapporto diretto tra investimenti in ricerca/innovazione e sviluppo/istruzione e cultura e crescita del PIL: è ormai assodato che gli investimenti in questi settori incidono in maniera positiva sul PIL. Tagliando invece gli investimenti in questi settori, il PIL cala.

Il concetto – che a me sembra di una evidenza lampante – è evidentemente di difficile comprensione per i nostri governi, che da oltre 15 anni continuano a ridurre le risorse destinate alla ricerca e all’istruzione.

Quindi, una “scorciatoia” per contenere la crisi in assenza di investimenti e di risorse è ridurre il debito pubblico. Ma come si sta facendo?

Le scelte finora fatte da Tremonti si sono limitate a tagliare – spesso anche malamente come già detto prima.

Raschiato il fondo del barile, diventa ora indispensabile cercare un’altra strada per reperire risorse da investire: alleggerire la pressione fiscale sui lavoratori dipendenti, ridurre l’evasione fiscale, intervenire per ridurre i costi della politica.

Tutti i punti interessano particolarmente i dipendenti pubblici, oggetto di campagne denigratorie feroci, orchestrate spesso per diffamare strumentalmente ma senza oggettivi riscontri (vedi la polemica sull’assenteismo, smentito e ridimensionato dai reali dati nazionali ufficialmente prodotti).

Sui lavoratori dipendenti grava un accanimento fiscale feroce – cresciuto ulteriormente nell’ultimo anno (dal 42,9% del 2008 al 43,2% del 2009) -, e l’ISTAT rende noto che la spesa pubblica è comunque cresciuta del 3,1% nonostante i ripetuti interventi di blocco delle assunzioni e tagli ai bilanci – a dimostrazione che le spese non sono comprimibili oltre un certo limite, o se non si interviene a monte.

Essere dipendenti pubblici significa inoltre pagare le tasse sempre, senza scappatoie, su ogni euro di retribuzione percepita, a differenza di quanti possono “modulare” le dichiarazioni sul percepito, e sgravarsi magari dell’IVA che invece il lavoratore dipendente si accolla per intero.

E’ evidente che sommare i tagli alle retribuzioni alla crescita delle tasse significa scaricare sui lavoratori – in particolare dipendenti – i costi della crisi; e come tutti dicono, la crisi la pagano soprattutto gli anelli deboli della catena, ovvero donne, giovani, malati, anziani, che vengono privati di servizi, di lavoro, e di una speranza di futuro.

Per la prima volta il prossimo 9 ottobre CISL e UIL manifesteranno insieme per chiedere sostegno all’occupazione: “Meno fisco per il lavoro, più lavoro per l’Italia” è lo slogan della manifestazione.

E’ la richiesta di una parte della società civile di avere più equità, ed una redistribuzione della ricchezza in un paese che in tempi di crisi feroce ha visto aumentare la ricchezza dei pochi ricchi, mentre i poveri sono diventati più poveri.

Articoli e indagini recenti ed anche autorevoli evidenziano che il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% dell’intera ricchezza netta del nostro paese.

Come se non bastasse, semplicemente spulciando in rete scopriamo che in 14 anni si sono verificati incrementi del 65% per gli imprenditori, mentre gli aumenti per i dipendenti sono arrivati solo al 5%. Al Sud va peggio – e non perché ci siano i meridionali, come sostiene qualcuno che preferisco non definire!!

L’Italia risulta essere la sesta nazione “più diseguale” tra i Paesi Ocse nella distribuzione del reddito. Il 50% delle famiglie si trova sotto la soglia dei 26.062 euro annui, il 10% sopra i 55.712 euro.

Ponendo il reddito familiare medio pari a 100, il reddito delle famiglie di operai risulta inferiore di 17,6 punti (rappresentando l’82,4% della media), mentre quello delle famiglie con a capo un imprenditore risulta superiore dell’80%.

Un ulteriore elemento di disuguaglianza risiede nelle basse retribuzioni del Mezzogiorno (la retribuzione media annua lorda nel 2008 nel Nordovest è stata di 29.800 euro, al Nordest di 28.900 euro, al Centro di 28.300 euro e nel Mezzogiorno di 24.500 euro), e nelle differenze tra dipendenti nelle grandi imprese e impiegati nelle piccole aziende, tra i quali il divario salariale medio è di 8.400 euro.

I salari netti sono rimasti fermi mentre i prezzi aumentavano: il fisco, dunque, ha mangiato i pochi guadagni di produttività. Al netto (delle imposte e dei contributi sociali) c’è una sostanziale stagnazione del salario medio.

Inoltre – e questo è un dato terribile – si è verificata una generale riduzione dei rendimenti salariali associati agli investimenti in istruzione. Nel periodo 1993-2006, infatti, in base alle elaborazioni dell’Isfol, i lavoratori con elevato livello di istruzione sono stati impiegati in misura crescente in occupazioni che richiedono qualifiche basse o medie. Nel periodo considerato, inoltre, gran parte della crescita dell’occupazione, è stata assorbita da posti di lavoro di media e bassa qualità, mentre è rimasta contenuta nei posti di buona qualità. Ciò in contrasto con quanto avviene a livello internazionale, dove si assiste, viceversa, ad un aumento delle differenze dei redditi spesso a favore dei lavoratori in possesso di titoli di studio elevati.

Le analisi Isfol hanno altresì registrato una caduta del salario lordo annuo complessivo di circa il 5% tra il 1993 e il 2002, fenomeno da attribuire ad un aumento dei lavoratori con redditi annui bassi o molto bassi.

Siamo quindi arrivati al punto: non si può più tagliare, non si possono aumentare ancora le tasse e si devono assolutamente trovare risorse da investire, per avviare un processo di ripresa economica che possa assorbire anche lavoratori di qualità.

Servono soldi. Serve riequilibrare la distribuzione della ricchezza nel Paese. Bisogna chiamare a responsabilità sociale le imprese – nei fatti, non nelle parole. Bisogna smettere di pagare stipendi milionari (in euro) a curatori fallimentari che operano per pochi mesi e si portano via gli ultimi gioielli di aziende già sfinite (come avvenuto in Alitalia).

Bisogna chiedere alla politica di costare meno, non tanto in stipendi quanto nei “contorni” indigeribili: collaborazioni retribuite in maniera sproporzionata rispetto a quanto producono; appalti banditi come se la cosa pubblica non fosse “cosa di tutti” bensì “cosa di nessuno”.

Bisogna snellire gli apparati burocratici ed evitare la duplicazione degli Enti e delle loro funzioni; va attuato un federalismo fiscale serio, senza che ciò si traduca in un impoverimento dei servizi, o in una proliferazione dei livelli istituzionali, o in un appesantimento delle strutture burocratiche, o in nuove complicazioni amministrative – con oneri aggiuntivi per i cittadini.

Il 9 ottobre saremo in piazza, per la prima volta solo con la CISL: la CGIL ha fatto una scelta, ancora una volta, diversa.

La nostra giornata sarà una giornata di richiesta, la nostra manifestazione sarà “per”: per una politica economica a sostegno dello sviluppo, e per una politica fiscale che riduca le tasse su lavoratori e pensionati

La battaglia per l’equità fiscale nella UIL viene da lontano. Già nel 1986 la Uil organizzava il convegno “io pago le tasse e tu?”; e nel 1996 un altro convegno veniva lanciato con lo slogan “Il fisco? Un fiasco!”.

La richiesta di una politica economica a sostegno dello sviluppo, e la richiesta di una politica fiscale che riduca le tasse su lavoratori e pensionati, sono ancora parte delle nostre lotte: ma ciò vuol dire che siamo sempre di fronte agli stessi problemi.

Sarà il caso che il Paese si sbrighi a darsi una mossa, e si rimbocchi le maniche!

(Sonia Ostrica)

Il Punto del Segretario Generale

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