lunedì 26 Luglio 2021

Ricercatori e tecnologi come nuovi “tecnici laureati”?

Nella recente relazione al Parlamento il Ministro Carrozza ha tenuto a sottolineare due aspetti di una certa rilevanza. In primo luogo, il Ministro ha riconosciuto le attuali difficoltà degli Atenei a mantenere un adeguato livello dell’offerta formativa a causa della progressiva riduzione del personale docente, tanto da dover avanzare la proposta di un reclutamento straordinario per porre rimedio a questa tendenza. In secondo luogo, il Ministro ha introdotto l’ipotesi di una ridefinizione dello status di ricercatori/tecnologi degli EPR per favorirne una maggiore mobilità verso le Università e il privato.

Nel constatare che non si pensi ad analoghe modificazioni per lo status del docente universitario, le due questioni sollevate dal Ministro Carrozza sembrano apparentemente scollegate. In realtà esse trovano un riscontro nelle posizioni di alcuni Presidenti degli EPR convinti di riuscire a risolvere contemporaneamente i problemi degli Enti e degli Atenei attraverso l’offerta di personale tecnologo e ricercatore da destinare alla didattica universitaria.

In linea generale tale disegno di per sé potrebbe avere un suo fondamento, ammesso però che agli EPR si voglia attribuire prioritariamente una missione di “soccorso” in favore di Università in panne e si considerino irrilevanti le difficoltà degli EPR a svolgere già oggi le proprie funzioni istituzionali (per di più con sempre minor personale), con il concreto rischio di un’ulteriore drammatica riduzione dello spazio pubblico della ricerca già fortemente compromesso nel nostro Paese. Insomma un salto all’indietro di trent’anni mascherato da innovazione.

Oltre ad un oggettivo effetto di depotenziamento degli EPR, appaiono estremamente preoccupanti le possibili traduzioni pratiche della ridefinizione dello status di ricercatori/tecnologi degli EPR e del conseguente impiego nelle Università. Si finge di non sapere che i 25.000 ricercatori universitari in esaurimento non hanno mai ottenuto e forse mai otterranno nessuna equiparazione, pur essendo strutturalmente impegnati nella didattica universitaria. Per quale ragione quello che non è riconosciuto ai ricercatori universitari dovrebbe necessariamente essere invece concesso ai ricercatori/tecnologi degli EPR?

Purtroppo a conferma delle nostre perplessità va ricordato che mentre l’ipotesi di legificazione dello status di ricercatori/tecnologi ha cominciato a fare proseliti anche tra qualche Presidente degli EPR, in contemporanea il precedente Ministro Profumo ha introdotto la figura del “tecnologo a tempo determinato” (art. 54, comma 1 del DL n. 5/12 convertito dalla Legge n. 35/12), equiparata a tipologie professionali tecniche ed amministrative universitarie ed inquadrata nelle categorie D3 e EP3. Cosa evidentemente diversa della docenza universitaria.

Si rischia quindi di tradurre il “nuovo” status per ricercatori/tecnologi in una riedizione della figura del “tecnico laureato”: personale che può fare didattica, ma a cui non è riconosciuta nessuna delle prerogative della docenza, come il diritto di voto sugli organismi accademici, la partecipazione alla attribuzione dei fondi di ricerca, l’attribuzione di incarichi, la partecipazione alla programmazione delle attività universitarie.

Per queste ragioni, pur condividendo il principio della maggiore integrazione tra Università e Ricerca e del rafforzamento di una autentica mobilità interna (tra Università e tutti gli EPR, non solo quelli vigilati dal MIUR) contrasteremo ogni disegno teso a porre i ricercatori ed i tecnologi degli EPR in una condizione di supplenza delle carenze attuali dei nostri Atenei, peraltro “subordinati” alle attuali e per nulla condivisibili gerarchie accademiche.

FLC CGIL
Domenico Pantaleo
FIR CISL
Giuseppe De Biase

UIL RUA
Alberto Civica

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