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venerdì 18 Giugno 2021

CPO: Legge di stabilità e “Opzione Donna”: in pensione prima ma più povere!

leggeAncora una volta questo Governo delude le aspettative dei lavoratori pubblici e delle donne in particolare.

La legge di stabilità prevede nella cosiddetta “opzione donna” solo una proroga della data di accesso al pensionamento, che può avvenire, per effetto delle finestre, anche successivamente alla data di maturazione dei requisiti.

La precedente interpretazione della norma per l’accesso al pensionamento anticipato poneva al 31 dicembre 2015 il termine di maturazione dei requisiti per l’opzione donna.

La proroga nei tempi non recupera i danni apportati alla retribuzione collegata: la facoltà di andare anticipatamente in pensione vale a condizione di optare per un assegno interamente calcolato con il metodo contributivo.
Le donne che attiveranno l’opzione saranno quindi penalizzate pesantemente a livello economico, andando incontro ad un taglio fino al 30% della pensione!

Si parla di estendere l’opzione donna fino al 2018 e, qualora ci si riuscisse, la flessibilità pensionistica potrebbe essere estesa anche agli uomini.

A dispetto di quanto la definizione “opzione donna” vorrebbe lasciare intendere in termini di condizione di miglior favore, a nostro avviso la pesante decurtazione retributiva prevista dall’adesione all’opzione donna non va intesa come un miglioramento bensì come uno scambio impari, che fa leva su bisogni e necessità delle donne, chiamate a farsi carico di un welfare sottodimensionato nel sistema Paese.

Le lavoratrici che al termine della loro carriera opteranno per questa “agevolazione” – che tanto agevolazione poi non è – si vedranno corposamente ridotto il riconoscimento ad una retribuzione equa rispetto agli anni di lavoro reso, attraverso il ricalcolo della contribuzione interamente col sistema contributivo.
Se tale riduzione può essere accettata meglio da chi è collocata nella fascia alta delle retribuzioni e dell’inquadramento professionale, il taglio inciderà invece pesantemente sulle fasce di reddito più basse, proprio le più esposte anche al bisogno di farsi carico di assistenza familiare.

L'”opzione donna” non può diventare sinonimo di “flessibilità”, né può essere un percorso preferenziale per rispondere ad esigenze di assistenza e cura o per garantire un ricambio generazionale all’interno del mondo del lavoro.

La UIL RUA rivendica il diritto a che le donne non siano usate in sostituzione di un welfare carente e dichiara inaccettabile che l’opzione – legittima nel principio – sia stata trasformata in una pesante penalizzazione economica.

L’Europa ha chiesto di allungare l’età pensionabile per garantire che gli ultimi anni di lavoro, di norma i più remunerativi, contribuiscano ad alzare le pensioni delle donne, in considerazione del fatto che esse accedono di norma troppo tardi al mondo del lavoro ed escono “troppo presto”, senza aver quindi maturato requisiti economici adeguati all’autosufficienza.
L’opzione donna come interpretata dal Governo fa retrocedere pesantemente il Paese rispetto alle stesse raccomandazioni dell’UE: da un parte si recepiscono gli obblighi dell’innalzamento dell’età pensionabile, dall’altra si sottrae reddito e pari opportunità!

Ci attiveremo in tutte le sedi affinchè la norma possa essere rimodulata senza scaricare ancora una volta sulle spalle “delle solite note” il peso di scelte sbagliate della politica e del Governo di qualunque colore.

CPO UIL RUA
Fabiana Bernabei

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