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venerdì 18 Giugno 2021

L’Università – quella davvero “buona” – si ribella: era ora!

simboli-comparti universitaIl DDL della riforma della P.A. continua a dimostrare che le tematiche del pubblico impiego non possono e non devono essere mai banalizzate.

Il salvataggio in calcio d’angolo, fatto dal firmatario della proposta di emendamento (Marco Meloni, PD), evidenzia se possibile ancor di più la distanza che c’è tra la politica e il resto del mondo lavorativo, in particolare pubblico.
L’idea originaria – in base alle spiegazioni rese dal Deputato – voleva essere quella “abolire il voto minimo” nei concorsi pubblici (e già qui ci sarebbe da discutere…). Nei fatti, ne è uscita l’idea di tener conto dell’Ateneo di provenienza nel calibrare? valutare? pesare? il voto di laurea, con il risultato di suscitare la netta contrarietà tutto del settore (come già avvenuto nella scuola,) e l’accusa di discriminazione e classismo della norma, fino al dubbio fondato di anticostituzionalità.

L’emendamento, approvato in commissione Affari costituzionali alla Camera, sarà ritirato, dice il Ministro P.A. Madia.

Ma la vera criticità che emerge ancora una volta è che questo Governo, come gli ultimi che lo hanno preceduto, continua a non confrontarsi con nessuno ed ad avviare con troppa leggerezza percorsi che portano a rischi ed errori. Fino al punto che le scelte di Governo non solo non risolvono i problemi, ma ne creano di nuovi!

Qualche tempo fa nella fase congressuale di categoria abbiamo evidenziato come la distribuzione del FFO vari molto nei diversi Atenei . In particolare evidenziammo come le risorse sottratte agli Atenei del sud coincidano con le risorse incrementate nello stesso arco temporale al nord, con la conseguente crescita e diminuzione, nelle due aree del Paese, della possibilità di richiamare studenti attraverso il miglioramento dell’offerta formativa e degli stessi servizi aggiuntivi.

La diffusione delle Università sul territorio e le facilitazioni collegate al reddito hanno in passato consentito di far studiare i figli di quelle a famiglie che non avrebbero potuto permetterselo: oggi la riduzione costante dei finanziamenti alle Università e al diritto allo studio riduce le possibilità di accesso e disegna un futuro certamente più difficile per i giovani meno abbienti.

L’On. Meloni ha inteso precisare che l’originaria proposta emendativa prevedeva semplicemente l’abolizione del voto minimo di laurea “quale filtro per la partecipazione ai concorsi pubblici”. Successivamente, nell’ambito di una riformulazione dell’emendamento è stato introdotto, come rileviamo da dichiarazione riprese in rete, un “criterio di delega rivolto a parametrare il voto minimo di laurea a due parametri, da precisare comunque in sede di decretazione delegata: uno, forse eccessivamente ampio e tale da definire una differenziazione tra atenei, relativo a fattori inerenti all’istituzione, e un altro, certamente più chiaro e condivisibile, relativo al voto medio di laurea di ‘classi omogenee di studenti”.

Rientra quindi in gioco il parametro della “valutazione”, sempre più centrale per determinare la “virtuosità” degli Atenei e quindi l’accesso ai fondi. Risorse che diminuiscono in base a parametri “oggettivi” (?), che gettano di fatto le Università del Meridione in una situazione difficile e negano la possibilità di miglioramenti anche in presenza di riorganizzazioni molto spinte.

A fronte delle difficoltà delle università pubbliche, diventa sempre più difficile comprendere le ragioni dei finanziamenti pubblici alle università private.

La levata di scudi della comunità accademica, dell’intera società civile e dei sindacati ha portato a ritenere opportuno un supplemento di riflessione da parte del Ministro.

Ci meraviglia che ci sia voluta questa buccia di banana per far ritenere anche al MIUR che è auspicabile un ragionamento più ampio: il Ministro sembra accorgersi solo ora che “il tema del valore della laurea, data la sua delicatezza, deve essere inserito all’interno di una riflessione più generale che riguarda il mondo dell’Università”. Meglio tardi che mai!

Come sempre, il sindacato è pronto ad avviare una discussione seria su parametrazione, valutazione e confronti di ogni natura, purchè si superino facili demagogie e si intenda utilizzare i risultati per perseguire un reale rilancio del sistema dell’alta formazione, attraverso un’equa distribuzione del FFO e di risorse aggiuntive.

Chiediamo al MIUR di aprire un confronto sull’intero ciclo della performance, che nella prima fase valutativa ha avuto un costo complessivo valutato 301,9 milioni di euro per un lavoro coordinato dall’ANVUR, il cui utilizzo sembra vanificato dalla scelta di adottare criteri e percorsi differenti nella prossima tornata.

Quanti miglioramenti si potevano apportare al sistema universitario con 301,9 milioni di euro? Quanti ricercatori si potevano assumere? Quanti servizi si potevano introdurre o migliorare?

Ancora una volta registriamo la prevalenza della procedura sul risultato e un uso di risorse sconcertante: invece di fare investimenti, si continuano a sprecare risorse pubbliche!

Dalla politica ci aspetteremmo di più, ma soprattutto – per rimanere in tema – ci aspetteremmo “di meglio”!

Il Segretario Generale UIL RUA
Sonia Ostrica

 

All1 – Università Gelmini/Carrozza

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