sabato 16 Ottobre 2021

Rapporto ANVUR 2016: un quadro impietoso dello stato del sistema universitario e della ricerca

ANVURIl “Rapporto biennale sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2016” dell’ANVUR (http://www.anvur.it/attachments/article/1045/Rapporto_ANVUR_2016_SINTE~.pdf) conferma con una serie di dati dettagliati quanto da tempo sosteniamo: le politiche dei Governo negli ultimi dieci anni stanno attuando un complessivo smantellamento dell’alta formazione e della ricerca del nostro Paese, in particolare nelle aree del Centro e del Mezzogiorno.
In questi anni abbiamo assistito ad una drastica riduzione del numero delle immatricolazioni negli Atenei, pari complessivamente a -9,6% tra il 2008 e il 2014. Se si considera l’area geografica di residenza nel rapporto si legge che per “i soli immatricolati con età pari ed inferiore a 20 anni, tra il triennio 2007-2010 e il triennio 2012-2015 il calo è stato di circa l’1% al Nord, del 4% al Centro e del 12% nel Mezzogiorno”.

Solo nell’anno accademico 2015/2016 si osserva una inversione di tendenza, ma per gli immatricolati residenti al Nord (+3,2%), non di certo in quelli del Centro e del Mezzogiorno (rispettivamente -0,1% e +0,4). La spaccatura tra aree del Paese appare ancora più evidente se si considerano le sede di laurea: tra il triennio 2007-2010 il calo degli studenti immatricolati con età pari o inferiore ai 20 anni è stato del 17% per gli Atenei del Mezzogiorno, (-26% solo nelle Isole), del – 5% per quelli del Centro, dell’1% per quelli del Nord Est, mentre negli Atenei del Nord Ovest la crescita è stata dell’1%. In sostanza si stanno acuendo la frattura tra le aree del Paese: l’esodo degli studenti universitari verso il Nord non viene corretto ed anzi diventa strutturale, a tutto svantaggio di Regioni su cui si dovrebbe investire proprio in formazione e ricerca per sostenere un rilancio economico e sociale.
Discorso a parte va fatto per l’AFAM. Secondo l’ANVUR il numero degli studenti è praticamente raddoppiato, con una presenza di studenti stranieri molto elevata, pari complessivamente all’11,8% e che arriva al 22,3% nelle Accademie di Belle Arti. Anche l’ANVUR arriva alla conclusione che la valorizzazione dell’AFAM passi per una nuova regolamentazione e l’equiparazione effettiva con il sistema universitario.
Tutta la retorica delle “riforme” per rilanciare l’alta formazione e investire sui giovani viene smentita dal confronto con gli altri Paesi. Sempre secondo il Rapporto dell’ANVUR, in Italia la percentuale di giovani con un titolo di istruzione terziaria resta ancora bassa (24,2% contro il 37,3% della media UE ed il 41% della media OCSE) mentre il tasso di abbandoni resta alto (42% di abbandoni, contro 31% della media UE ed il 30% della media OCSE.
A nostro parere, tali risultati sono la necessaria conseguenza di politiche sbagliate ovvero intenzionalmente dirette ad affossare l’Università italiana attraverso tagli indiscriminati. Secondo il Rapporto dell’ANVUR 2016 il sistema universitario “già sotto finanziato nel confronto internazionale, dal 2008 ha subito una forte contrazione dei finanziamenti statali. Inoltre, in un quadro di profonda crisi economica, si sono anche ridotti i fondi acquisiti autonomamente dai singoli atenei. Negli ultimi anni il calo si è pressoché arrestato, ma non vi sono ancora segni di inversione di tendenza”.
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In Italia la spesa per l’Università resta inferiore rispetto alla media OCSE, sia in rapporto agli studenti iscritti, sia in rapporto al prodotto interno lordo. Si stima in sostanza che tra il 2008 ed il 2014 per le università statali le entrate reali in bilancio hanno registrato un -18%, con conseguenze dirette anche sul diritto allo studio.
I tagli si traducono in maggiori costi per le famiglie e l’Università diventa sempre di più un lusso. Da un lato, in questi anni le tasse universitarie sono via via cresciute: i dati riferiti all’a.a. 2013/2014 mostrano che il nostro Paese presenta un livello medio di tassazione inferiore solo a Regno Unito, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda. Almeno su questo possiamo vantare un primato in Europa! Dall’altro, sempre secondo l’ANVUR in Italia gli studenti che beneficiano di forme di sostegno agli studi sono nell’ordine di 1/5 del totale: percentuali inferiori si rilevano solo in Svizzera, Austria e Belgio (ove comunque le tasse sono inferiori…). Peraltro, al Sud la percentuale di accesso ai benefici di chi pure ha diritto è pari al 50%, mentre al Nord si sale al 90%.
A partire dal 2009 il blocco del turn over ha inoltre determinato una progressiva riduzione del corpo docente (ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato) e del personale tecnico amministrativo di ruolo. Secondo l’ANVUR si passa nel complesso dai 62.753 docenti di ruolo del 2008 alle 50.369 del 2015. Nel complesso, tra il 2008 ed il 2014 il personale di ruolo docente e tecnico amministrativo si è ridotto rispettivamente del 18,1% e del 12,6% (meno 20.000 addetti complessivamente), con evidenti ricadute negative sulla didattica e sui servizi amministrativi/gestionali. Come conseguenza, dal 2008 al 2015 l’età media del corpo docente cresce di quasi 7 anni, giungendo a sfiorare i 53 anni. In sostanza, si è bloccato un fisiologico e necessario ricambio generazionale nelle Università, a dispetto dei mantra sui “giovani al potere” evidentemente uso e consumo solo di politici di chiara fama.
Cresce invece il precariato e diventa sempre di più un fattore strutturale negli Atenei: tra il 2010 e il 2015 i ricercatori a tempo determinato passano da 1.280 a 4.608 unità, mentre tra il 2008 ed il 2014 assegnisti, collaboratori e borsisti passano complessivamente da 22.045 a 30.512 unità. C’è da essere veramente preoccupati sullo stato dell’Università quando non solo il sindacato, ma l’ANVUR sulla base di dati ufficiali arriva a constatare che “gli altri studiosi con contratti di collaborazione a tempo determinato, spesso retribuiti in maniera non soddisfacente, hanno permesso di sostenere gli accresciuti carichi di lavoro. Questo rappresenta un indebolimento della capacità didattica dell’intero sistema universitario”. Anche qui, con buona pace dei finti “riformismi”, delle “lotte ai baroni” e degli incentivi ai giovani meritevoli.
Questo quindi il quadro impietoso fornito dai dati sull’Università. Suona paradossale e incomprensibile come alla luce di cotanti risultati negativi della riforma Gelmini, il Governo non solo non intervenga con opportuni correttivi, ma anzi progetti di estendere sostanzialmente tale riforma anche agli Enti Pubblici di Ricerca: tanto per assestare il colpo di grazia ad un sistema già molto debole.
L’ANVUR conferma tutti i problemi della ricerca italiana, a partire dal livello di finanziamento: per il quadriennio 2011 – 2014 l’Italia ha investito in ricerca e sviluppo una quota del PIL pari all’1,27%, ben al di sotto della media UE 15 (2,06%) e della media OCSE (2,35%). Anche sotto questo profilo riemergono con nettezza forti differenze territoriali, con investimenti tendenzialmente maggiori nelle Regioni del Nord. Sempre secondo l’ANVUR “nel quadriennio 2011-2014, in contrasto con quanto avviene nei paesi OCSE, la fonte di finanziamento prevalente per la spesa in R&S è stato il settore pubblico, nonostante la riduzione dei finanziamenti statali (del 21% tra il 2008 e il 2014)”. Nel dettaglio, negli ultimi anni si sono operati sistematici tagli a tutti i programmi di finanziamento del MIUR (FOE, PRIN, FIRB e FAR), in alcuni casi fino azzerare completamente le risorse di alcuni strumenti (come il FAR tra il 2013 ed il 2015): sempre secondo i dati dell’ANVUR, considerati nel loro complesso i suddetti Fondi si passa dai 3.773 mln di euro del 2004 ai 1.719 mln di euro del 2015.
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Come la UIL RUA sostiene da tempo, i fatti dimostrano il fallimento finora delle politiche degli incentivi e la difficoltà del sistema delle imprese ad investire direttamente in R&S per una serie di ragioni strutturali, rese ancor più profonde nell’attuale fase di crisi. Se viene meno l’investimento pubblico, in queste condizioni viene meno la possibilità dell’Italia di promuovere processi di innovazione scientifica e tecnologica, con serie ricadute per lo sviluppo economico e sociale.
Solo in parte questo taglio sistematico dei fondi viene recuperato con le risorse europee, ma va sottolineato che l’Italia continua a versare un volume di risorse maggiore rispetto a quanto ritorna come contributo finanziario alla programmazione: secondo l’ANVUR ritornano sul territorio nazionale “0,66 centesimi (0,71 teorico) per ogni euro investito dall’Italia nel programma quadro”. Si continua quindi a finanziare la ricerca degli altri e l’ANVUR tiene bene a precisare che il divario “è almeno in parte il riflesso della esigua numerosità del personale direttamente o indirettamente dedicato alla ricerca”. In Italia il numero di addetti in R&S resta basso (9,55 unità di equivalenti full time per 1000 unità di lavoro, contro le 11,15 della UE e le 12,39 dei principali Paesi OCSE). La conferma di un blocco sostanziale del reclutamento viene dai dati relativi al personale degli EPR vigilati dal MIUR: tra il 2008 ed il 2014 passa da 10.298 unità a 11.307 unità, con un incremento che riguarda esclusivamente il personale di ricerca. Parallelamente, decresce il personale flessibile (da 2.604 unità del 2008 a 2.155 unità del 2014) ed il numero di collaboratori (da 4.302 unità del 2008 alle 1.853 unità del 2014).
Nonostante tutto ciò, tutti gli indicatori mostrano che la produzione scientifica italiana resta elevata e di qualità, in linea e in alcuni casi superiore ai maggiori Paesi europei, specie se si considera il dato sulla produttività dei ricercatori italiani.
Segno evidente che queste professionalità, frutto di sistemi formativi che funzionano checchè se ne dica, meritano investimenti seri e programmati, in grado di garantire di strumenti adeguati, di valorizzare le competenze, di sbloccare le dinamiche salariali e di carriera, di avviare una fase di reclutamento straordinario e di stabilizzazione dei precari.
Questo serve oggi all’alta formazione ed alla ricerca italiana, non certo riforme fallimentari e ancora tagli.

UIL RUA
Sonia Ostrica

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