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mercoledì 23 Giugno 2021

Basta con le campagne strumentali per far passare i precari come danno collaterale del fannulonesimo imperante

precariErgersi a giudice e puntare l’indice, dall’alto di scranni improvvisati, è estremamente facile. È molto più difficile lavorare per trovare soluzioni a gestioni che non possono essere liquidate semplicemente con una alzata di spalle.
Se il precariato nella Pubblica Amministrazione è diventato un fenomeno imponente non è di certo colpa dei precari! Il blocco delle assunzioni, vigente da circa dieci anni, è stato costantemente appesantito da irrigidimenti che hanno limitato la possibilità delle istituzioni di ricondurre il fenomeno a livelli di normalità.
Chi, come noi, da sempre evidenzia la necessità di cercare soluzioni, oggi si confronta con una opinione pubblica spesso strumentalmente orientata da campagne mediatiche che hanno lo scopo di far passare i precari come un “danno collaterale” del fannullonesimo imperante.

La realtà è diversa. Se migliaia di lavoratori si sono trovati nella impossibilità di svolgere il lavoro che già fanno, con la serenità di un rapporto di lavoro (e di un’esistenza) stabile, non è per propria incapacità. Chiamati ad integrare o sostituire – egregiamente – pensionandi o pensionati, non hanno però avuto la possibilità di essere assunti perché bisognava “mantenere basso il costo del pubblico impiego”.
Le autorizzazioni ad assumere ottenute dalla Funzione Pubblica e dal Ministero dell’Economia “in deroga” al blocco, assunzioni autorizzate per bienni poi diventati trienni e ultimamente addirittura quinquennio, non sono state sufficienti a rendere le amministrazioni autonome rispetto alle procedure che il mondo pubblico continua ad implementare, scambiando, purtroppo troppo spesso l’iter amministrativo come il baluardo ultimo rispetto a corruzione e trasparenza.
Una istituzione piccola ha gli stessi obblighi ed oneri formali di un a grande; e aumentare efficienza ed efficacia non coincide con l’aumento di passaggi. Cito solo l’ultimo esempio di innovazione pensata “per semplificare”: la fatturazione informatica.
A parlare con gli addetti, si scopre infatti che mentre prima bastava una sola copia della fattura, quella finale, oggi sono intervenuti tanti e tali step che sono necessari più passaggi per gli uffici, quindi più copie, più tempo per fare ciò che si faceva più velocemente prima: pagare una prestazione. E con buona pace di chi potrebbe consolarsi pensando che ciò abbassa le possibilità di corruzione, apprendiamo che questa continua ad aumentare.
A Perugia i precari sono stati selezionati con regolare procedura pubblica prima di essere adibiti alle mansioni, attività, funzioni che hanno continuato ad effettuare negli anni successivi; anche in virtù di accordi, perché no, finalizzati a certificare che la loro attività non era un “abuso” autoritario ma rispondeva ad una esigenza condivisa da tutti gli interessati (datori di lavoro e lavoratori) e sottoscritta dai sindacati.
Svegliarsi ora e dire che “si è esagerato” è comprensibile; ma solo a patto che non si cerchi di sporcare i lavoratori con una immagine brutta, di approfittatori, di saprofiti, figli-amici-parenti di chissacchì, che è ora che si confrontino con il “mercato del lavoro”.
Chi si è onestamente impegnato nelle mille attività richieste negli oltre dieci anni di onorato servizio, seppur precario, è legittimato a nostro avviso a vedersi riconosciuto il lavoro svolto. E la richiesta di “stabilizzazione” va solo nel senso di riconoscere il lavoro svolto come “organico” al sistema. A chi afferma che ci vogliono “selezioni” più o meno efficaci, ribattiamo che questi lavoratori hanno nell’arco della loro vita superato spesso ben più selezioni di quante ne abbiano superato docenti, presidenti e perfino amministratori delegati in enti ed istituzioni, che hanno spremuto ben bene.
Noi della UIL RUA siamo sconcertati ed anche infastiditi da rigurgiti di moralismo che tendono a mettere sotto accusa sempre gli anelli deboli della catena, peraltro incolpevoli di ogni e qualsiasi capacità in materia di scelte, fatte dalla politica prima e dai vertici gestionali poi. Ci piacerebbe, invece, che i media contribuissero a riconoscere a queste “generazioni di mezzo”, a questi precari ormai datati e quindi “meno appetibili” di giovani freschi di studio e senza famiglia, pronti a fare il caffè con tre mani, diritti e dignità che non scadono con l’avanzare degli anni di precariato.
Vogliamo ripetere ciò che diciamo da ormai troppi anni: i precari storici costituiscono una emergenza e come tale vanno trattati, prima che le norme future – chieste già da qualcuno – li espellano a favore di chi, con minore esperienza, è pronto ad accettare minori diritti e minori tutele.
Serve una procedura straordinaria di assunzioni, poi serve un sistema a regime che garantisca alle istituzioni il personale necessario per far fronte alle attività istituzionali, poi serve flessibilità per reperire conoscenze nuove per progetti nuovi.
Ma come l’ultimo Esecutivo nazionale UIL RUA ha deliberato all’Esecutivo nazionale di Fiuggi, “la ricerca che non c’è non può sostituirsi a quella che già c’è”.
Servono meno critiche, meno analisi superficiali e più attenzione ai messaggi ed alle proposte: i precari delle Università hanno superato procedure pubbliche spesso in numero maggiore che in qualsiasi altro sistema; non hanno bisogno di pacche sulle spalle ma di azioni precise per riconoscerne la loro decennale appartenenza al sistema; non sono frutto “solo” di clientele ma anche di sistemi disorganici che fanno leggi contraddittorie e obbligano a trovare strade alternative per garantirsi le prestazioni necessarie. Chiudere la porta alle Co. Co. Co. “non genuine” col Jobs Act senza prevedere strumenti adeguati per la necessaria trasformazione in tempi determinati rischia di produrre solo disoccupati.
E’ questo che si vuole? Scacciare dal mondo del lavoro i precari più anziani?
Ricordiamo che anche la disoccupazione è un costo. E in dieci anni di blocchi e limiti ad assunzioni e retribuzioni, il costo pubblico continua a crescere. A questo punto è necessario ritarare un obiettivo sfuocato che non riesce a vedere che per riportare i conti ad un livello più trasparente di lettura, invece di continuare a ridurre i salari è necessario distinguere previdenza da assistenza. È necessario far emergere che buona parte del debito pubblico è legata alle pensioni – spesso eccellenti – di fette di popolazione, per lo più collegata al sistema privato. È necessario che tutti, a cominciare dalle istituzioni la smettano di parlare dei precari come personale “da assistere” e ricominciare a parlarne come lavoratori con diritti oltre che doveri.
Noi della UIL RUA lo diciamo da sempre e da sempre difendiamo i diritti di chi ha lavorato anni e anni senza garanzie e sicurezze: sarebbe una gran cosa se, su questo argomento, anche la stampa “cambiasse verso”.

Il Segretario Generale UIL RUA
Sonia Ostrica

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